PENSIERINI
E’ bastato che un esponente del governo accennasse alla possibilità di provvedere ad alcune riforme nel campo della giustizia perché si scatenasse il solito putiferio da parte dei magistrati, che, dato che si trovano benissimo nella situazione attuale, non hanno alcuna intenzione di accettare la sia pur minima modifica dello status quo. Fra le proposte timidamente avanzate c’era anche l’ipotesi di fissare una durata massima complessiva ai processi – nelle tre fasi di giudizio – al fine di assicurare ai cittadini di ottenere giustizia (o quello che certa magistratura ritiene essere tale) in tempi non biblici. Fra parentesi, la rivolta dei membri della magistratura rispecchia fedelmente il loro grande senso dello Stato, secondo il quale tocca al Parlamento, liberamente eletto da tutti i cittadini, fare le leggi, ai cittadini di accettarle, ed ai magistrati di applicarle così come sono.
La sola idea di poter essere costretti a lavorare con maggiore alacrità anche ai procedimenti giudiziari che non assicurino una ampia copertura mediatica li ha mandati fuori giri. D’altra parte non si è bene capito quali sanzioni dovrebbero essere adottate qualora il termine massimo venisse superato. Probabilmente, se qualche forma di sanzione dovesse essere prevista, essa dovrebbe essere irrogata dagli organi competenti, nella fattispecie dal Consiglio Superiore della Magistratura. E qui viene opportuno fare alcune considerazioni. Tutti gli oltre cinquantasei milioni di italiani sono soggetti ad un giudice terzo: persino il Presidente della Repubblica, qualora dovesse essere giudicato per alto tradimento, sarebbe giudicato non dai suoi pari, ma dal Parlamento riunito in seduta comune. L’unica eccezione a questa norma – eccezione che contravviene, a nostro parere, al disposto costituzionale per il quale tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge e godono dei medesimi diritti – è costituita dai magistrati. Essi, quali che siano le imputazioni, sono giudicati sempre e soltanto dai loro pari, dai membri della loro corporazione, se l’espressione non fosse considerata piuttosto inadatta ai sacri rappresentanti della funzione giurisdizionale. Se, in ossequio al principio di uguaglianza fra i cittadini, si applicasse in maniera generalizzata a tutti tale concetto, ne risulterebbe la bizzarra situazione per cui i geometri sarebbero giudicati dai geometri, i macellai dai macellai, le casalinghe dalle casalinghe e, naturalmente, i ladri dai ladri ed i pedofili solo ed esclusivamente dai pedofili. Il quadro di serena ed imparziale applicazione delle leggi forse ne soffrirebbe alquanto, e sarebbe ancora più difficile di quanto lo sia oggi, affermare, come fanno quasi tutti gli inquisiti e gli imputati, sia pur senza che si possa giurare sulla sincerità di tale affermazione, “ho fiducia nella Giustizia” (o “nella Magistratura”). In occasione del varo del progetto di legge sui DICO, il cardinale Ruini, nella sua funzione di presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha espresso il profondo disaccordo della Chiesa (disaccordo che è stato confermato, seppure in maniera più diplomatica, dallo stesso Pontefice) nei confronti di questa legge che non solo parifica le unioni di fatto a quelle regolarmente unite in matrimonio, ma estende gli stessi diritti anche alle coppie omosessuali, ed ha invitato i cattolici ad opporsi in tutti i modi all’approvazione di tale progetto di legge. Naturalmente, come era da aspettarsi, c’è stata una levata di scudi ed uno stracciarsi le vesti da parte dei soliti sinistri, radicali, laici e compagnia, che hanno stigmatizzato l’intervento della Chiesa come un attentato alla laicità dello Stato. Naturalmente si tratta di una affermazione in perfetta malafede, frutto di odio anticlericale e di ignoranza profonda della stessa Costituzione, citata a proposito ed a sproposito ogni momento da quegli stessi che la ignorano. In realtà tutta la campagna di coloro che sono favorevoli ai DICO si fonda sulla confusione, più o meno voluta, fra le prerogative dello Stato e quelle dei singoli cittadini, fra la laicità (obbligatoria) dello Stato e la laicità (facoltativa) di ogni cittadino.
La Costituzione, al suo articolo 7, dichiara infatti che “lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”. Quindi questa frase sancisce in modo inequivocabile la laicità dello Stato e la sua non dipendenza dalla Chiesa cattolica. E’ tuttavia altrettanto vero che la stessa Costituzione sancisce il diritto di tutti i cittadini di aderire a qualunque fede religiosa, là dove, all’art. 3, stabilisce che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, di lingua, di religione ecc.” con ciò implicitamente negando che i cittadini siano obbligati ad essere laici, come è invece caratteristica dello Stato. E’ quindi falso che le recenti dichiarazioni della Chiesa siano contro il principio della laicità dello Stato, che non viene affatto messa in discussione: tali dichiarazioni si indirizzano unicamente ai cittadini credenti, come monito a seguire gli insegnamenti della Chiesa. Ogni cittadino poi è libero di seguire o meno tali indicazioni, esattamente come è libero di seguire le indicazioni di qualunque movimento di opinione, senza che ciò costituisca un attentato alle prerogative dello Stato. E’ altresì evidente che i singoli parlamentari, in quanto cittadini, sono liberi di attenersi o no alle indicazioni della gerarchia ecclesiastica: è infatti ovvio che il singolo parlamentare è un semplice cittadino, con tutti i diritti spettanti per legge al singolo, mentre solo l’insieme di tutti i parlamentari, riuniti nel Parlamento, costituisce un organo dello Stato, che come tale non può professarsi confessionale.

