NUOVO TEOREMA DI SVILUPPO?
La CGIA di Mestre, che ormai è diventato l’unico Ufficio Studi affidabile del nostro paese, ed i cui calcoli sono stati confermati anche dall’ISTAT, ha calcolato che circa il 50% del reddito di coloro che, bene o male, sono da annoverarsi fra i contribuenti, è eroso da tasse e contributi. Ciò conferma quanto da noi già dichiarato, su basi meno scientifiche, ma solo seguendo un ragionamento logico, in una precedente occasione.
Questo sconcertante dato deriva dal fatto che, mentre le entrate dello Stato sono quelle effettivamente contabilizzate ogni anno, il PIL su cui vengono calcolati i coefficienti comprende anche una quota, stimata in sede ufficiale a circa il 15%, di “economia sommersa” e quindi non soggetta a prelievi fiscali o contributivi. Le stime per il 2006 sono anche più allarmanti: il prelievo sugli onesti (o sprovveduti ?) potrebbe raggiungere addirittura il 55%.
Questi dati, di per sé certamente terrificanti, non rappresentano però realisticamente il quadro della pressione fiscale totale, immediata o solo differita. Infatti, se il prelievo fiscale e contributivo rappresenta un peso di oltre il 50% sulle spalle dei contribuenti, che non è certamente tale da consentire un rilancio, sia pur modesto, dello sviluppo, ed è comunque tale da incentivare l’evasione, per correttezza occorre tenere conto non solo delle entrate fiscali, ma soprattutto delle uscite del settore pubblico: esse sono superiori alle entrate e provocano un deficit superiore al 3%, stimato per il 2006 oltre il 4%.
Questo deficit viene evidentemente finanziato ricorrendo alla emissione di titoli di Stato oppure ritardando oltre ogni limite il pagamento di somme dovute ai cittadini (il ministero dell’economia ha orgogliosamente comunicato qualche settimana fa che il rimborso ai contribuenti delle somme pagate in più è stato completato fino a tutto il 1998 !!). E questo debito viene di fatto gradualmente ridotto grazie all’inflazione: il valore nominale del debito resta immutato, il valore della moneta con cui viene ripagato diminuisce ogni anno di una percentuale ufficiale compresa fra il 2 ed il 3%, e di una percentuale reale – o se si preferisce “percepita” quando si va a fare delle spese – ben superiore. Basti considerare per esempio gli aumenti delle tariffe decise ufficialmente per rendersi conto del fenomeno.
Quindi anche il deficit di bilancio deve essere considerato come un incremento della pressione fiscale, sia pure con effetto dilazionato, che peserà per sempre su tutti i cittadini, compresi i non contribuenti, e che, grazie all’inflazione, la più iniqua delle tasse, graverà soprattutto sui più deboli, incapaci di trovare mezzi di difesa efficienti: sull’inflazione non è possibile evadere e neppure eludere.

