APPUNTI SPARSI
Recentemente è stato sollevato un grande polverone su un presunto spionaggio sulle posizioni fiscali di alcuni noti personaggi, realizzato, sembra, da alcuni funzionari dello stato – impiegati del settore finanziario, guardie di finanza, eccetera -.
Naturalmente lo scandalo non è stato sollevato per quanto riguarda eventuali curiosità nei confronti di veline, cantanti o calciatori, ma unicamente perché sembra che fra gli “spiati” siano comprese alcune personalità politiche che, evidentemente si ritengono intoccabili. Peccato però che gli scandalizzati non si siano ricordati del fatto che, almeno per quanto riguarda i parlamentari ed altri politici eletti, esiste l’obbligo di dichiarare annualmente la propria posizione fiscale e patrimoniale, e che tali dati vengano regolarmente pubblicati dalla stampa (chi è il parlamentare più ricco, o il presidente di regione, il più povero, eccetera.). Inoltre ci si dimentica che anche per quanto riguarda i comuni mortali avviene periodicamente sulla stampa la pubblicazione di classifiche: i più ricchi della città, e simili. E poi si trascura il fatto che la maggior parte dei cosiddetti “spioni” appartiene alla classe dei funzionari addetti al settore finanziario: cosa c’è di strano se una legge dello Stato prescrive (è una invenzione del presente governo) che d’ora in avanti tutti i movimenti finanziari e bancari degli italiani siano comunicati agli uffici tributari: ci sarà poi qualcuno che li legge, anche se temiamo che vengano riservate particolari attenzioni ai dati riguardanti i “nemici” del regime, siano essi politici o no. Infine, Prodi si lamenta di essere stato “spiato” ben 128 volte: a noi sembra che questo dato indichi una altissima “audience” e ciò dovrebbe, in fondo, renderlo felice ed orgoglioso: siamo a livelli da Striscia
la Notizia o da Reality Show. Chi l’avrebbe mai pensato ?
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Nei giorni scorsi alcuni influenti rappresentanti della maggioranza hanno dichiarato : “se Prodi cade, si va alle urne”. Ipotizzando che con questa espressione essi volessero indicare le urne elettorali – in parole povere si torna a votare – e non le urne di cui parlava il Foscolo - nel senso di scomparire dalla scena politica – questa volta certamente non confortate dal pianto di alcun italiano, dobbiamo ancora una volta riconoscere l’innata tendenza dei principali rappresentanti della maggioranza di governo a trasformare qualunque situazione, anche grave, in qualche cosa di non serio, più simile al teatro comico e del paradosso che non ad una meditata affermazione di carattere politico. Analizziamo quindi i fatti. Innanzitutto, perché ci si pone l’ipotesi che Prodi possa cadere ? Evidentemente perché tutti i sondaggi da qualche tempo indicano che la popolarità del Presidente del Consiglio è in caduta libera, e che l’attuale maggioranza gode della totale sfiducia della maggior parte degli italiani. La seconda domanda è: chi potrebbe far cadere Prodi ? Evidentemente solo coloro che costituiscono la sua maggioranza, compresi i senatori a vita che, essendo tutti di età piuttosto avanzata, non hanno motivo di preoccuparsi più di tanto dell’avvenire. Ne consegue che l’attuale Presidente del Consiglio può essere fatto cadere solo dalla sua stessa maggioranza. Tirando le conclusioni da queste premesse, ci si domanda: come si può ipotizzare che coloro che sono certi di dover tornare a casa insieme a Prodi ed hanno una debole prospettiva di essere rieletti, possano votare contro Prodi, stracciando l’unica polizza di assicurazione di cui sono in possesso, anche se non a tempo indefinito ? Ricapitolando, o chi ha fatto certe dichiarazioni cerca di esercitare un ricatto, o meglio una estorsione nei confronti dei propri sostenitori – una vera e propria richiesta di “pizzo” sotto forma di voto disciplinato – oppure non è in grado di porre un problema e trarne le conseguenze, oppure ancora ha completamente sbagliato carriera, ed avrebbe dovuto dedicarsi al cabaret, anche se di non eccelso livello.
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In un suo intervento alla Camera dei Deputati nel 1872 Quintino Sella dichiarava: “Io credo che realmente si impongano aggravi ai contribuenti non quando si votano imposte, ma quando si votano spese”. In effetti ciò significa che, se si votano spese sarà necessario poi trovarne la copertura, ed essa potrà essere trovata unicamente nelle tasche dei contribuenti. Dato l’alto livello di cultura storica ed anche di cultura generale dei nostri parlamentari, dimostrata da un recente gustosissimo sondaggio delle Iene, non si può pensare che essi siano a conoscenza delle sagge argomentazioni del grande Quintino Sella, e soprattutto che, venendone a conoscenza, siano in grado di recepirne il messaggio. Quindi si capisce perché abbiamo assistito all’indecorosa sceneggiata della Finanziaria. Nessun parlamentare della maggioranza si è preoccupato di proporre provvedimenti per ridurre le spese, anzi se ne sono inventate di nuove. In compenso nessuno si è preoccupato di ridurre il livello dell’imposizione fiscale, anzi tutti hanno fatto a gara nel proporre nuove e sempre più strampalate forme di prelievi, magari modificate poche ore dopo essere state proposte. Ma c’è un altro elemento da prendere in considerazione per capire quanto è accaduto. Come spiegava lo storico Parkinson in un suo pregevole libretto, le tasse normalmente vengono votate da chi non le paga, o comunque da chi non è, se non in minima parte, toccato dal loro innalzamento. Ed è noto a tutti che i parlamentari italiani godono a questo proposito di un trattamento estremamente (qualche maligno direbbe scandalosamente) favorevole. Anzi, qualora un incremento del prelievo fiscale potesse in qualche modo colpirli, essi sono sempre pronti ad aumentarsi gli emolumenti. Senza distinzione alcuna di intenti fra maggioranza ed opposizione: questi provvedimenti, per il buon nome e la credibilità del Parlamento, vengono sempre votati all’unanimità.

