Lunedì 19 Marzo 2007

PENSIERINI

E’ bastato che un esponente del governo accennasse alla possibilità di provvedere ad alcune riforme nel campo della giustizia perché si scatenasse il solito putiferio da parte dei magistrati, che, dato che si trovano benissimo nella situazione attuale, non hanno alcuna intenzione di accettare la sia pur minima modifica dello status quo. Fra le proposte timidamente avanzate c’era anche l’ipotesi di fissare una durata massima complessiva ai processi – nelle tre fasi di giudizio – al fine di assicurare ai cittadini di ottenere giustizia (o quello che certa magistratura ritiene essere tale) in tempi non biblici. Fra parentesi, la rivolta dei membri della magistratura rispecchia fedelmente il loro grande senso dello Stato, secondo il quale tocca al Parlamento, liberamente eletto da tutti i cittadini, fare le leggi,  ai cittadini di accettarle, ed ai magistrati di applicarle così come sono.    La sola idea di poter essere costretti a lavorare con  maggiore alacrità anche ai procedimenti giudiziari che non assicurino una ampia copertura mediatica li ha mandati fuori giri. D’altra parte non si è bene capito quali sanzioni dovrebbero essere adottate qualora il termine massimo venisse superato. Probabilmente, se qualche forma di sanzione dovesse essere prevista, essa dovrebbe essere irrogata dagli organi competenti, nella fattispecie dal Consiglio Superiore della Magistratura.   E qui viene opportuno fare alcune considerazioni. Tutti gli oltre cinquantasei milioni di italiani sono soggetti ad un giudice terzo: persino il Presidente della Repubblica, qualora dovesse essere giudicato per alto tradimento, sarebbe giudicato non dai suoi pari, ma dal Parlamento riunito in seduta comune. L’unica eccezione a questa norma – eccezione che contravviene, a nostro parere, al disposto costituzionale per il quale tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge e godono dei medesimi diritti – è costituita dai magistrati. Essi, quali che siano le imputazioni, sono giudicati sempre e soltanto dai loro pari, dai membri della loro corporazione, se l’espressione non fosse considerata piuttosto inadatta ai sacri rappresentanti della funzione giurisdizionale.   Se, in ossequio al principio di uguaglianza fra i cittadini, si applicasse in maniera generalizzata a tutti tale concetto, ne risulterebbe la bizzarra situazione per cui i geometri sarebbero giudicati dai geometri, i macellai dai macellai, le casalinghe dalle casalinghe e, naturalmente, i ladri dai ladri ed i pedofili solo ed esclusivamente dai pedofili. Il quadro di serena ed imparziale applicazione delle leggi forse ne soffrirebbe alquanto, e sarebbe ancora più difficile di quanto lo sia oggi, affermare, come fanno quasi tutti gli inquisiti e gli imputati, sia pur senza che si possa giurare sulla sincerità di tale affermazione, “ho fiducia nella Giustizia” (o “nella Magistratura”).   In occasione del varo del progetto di legge sui DICO, il cardinale Ruini, nella sua funzione di presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha espresso il profondo disaccordo della Chiesa (disaccordo che è stato confermato, seppure in maniera più diplomatica, dallo stesso Pontefice) nei confronti di questa legge che non solo parifica le unioni di fatto a quelle regolarmente unite in  matrimonio, ma estende gli stessi diritti anche alle coppie omosessuali, ed ha invitato i cattolici ad opporsi in tutti i modi all’approvazione di tale progetto di legge.   Naturalmente, come era da aspettarsi, c’è stata una levata di scudi ed uno stracciarsi le vesti da parte dei soliti sinistri, radicali, laici e compagnia, che hanno stigmatizzato l’intervento della Chiesa come un attentato alla laicità dello Stato. Naturalmente si tratta di una affermazione in perfetta malafede, frutto di odio anticlericale e di ignoranza profonda della stessa Costituzione, citata a proposito ed a sproposito ogni momento da quegli stessi che la ignorano.   In realtà tutta la campagna di coloro che sono favorevoli ai DICO si fonda sulla confusione, più o meno voluta, fra le prerogative dello Stato e quelle dei singoli cittadini, fra la laicità (obbligatoria) dello Stato e la laicità (facoltativa) di ogni cittadino. La Costituzione, al suo articolo 7, dichiara infatti che “lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”. Quindi questa frase sancisce in modo inequivocabile la laicità dello Stato e la sua non dipendenza dalla Chiesa cattolica. E’ tuttavia altrettanto vero che la stessa Costituzione sancisce il diritto di tutti i cittadini di aderire a qualunque fede religiosa, là dove, all’art. 3, stabilisce che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, di lingua, di religione ecc.” con ciò implicitamente negando che i cittadini siano obbligati ad essere laici, come è invece caratteristica dello Stato.   E’ quindi falso che le recenti dichiarazioni della Chiesa siano contro il principio della laicità dello Stato, che non viene affatto messa in discussione: tali dichiarazioni si indirizzano unicamente ai cittadini credenti, come monito a seguire gli insegnamenti della Chiesa. Ogni cittadino poi è libero di seguire o meno tali indicazioni, esattamente come è libero di seguire le indicazioni di qualunque movimento di opinione, senza che ciò costituisca un attentato alle prerogative dello Stato. E’ altresì evidente che i singoli parlamentari, in quanto cittadini, sono liberi di attenersi o no alle indicazioni della gerarchia ecclesiastica: è infatti ovvio che il singolo parlamentare è un semplice cittadino, con tutti i diritti spettanti per legge al singolo, mentre solo l’insieme di tutti i parlamentari, riuniti nel Parlamento, costituisce un organo dello Stato, che come tale non può professarsi confessionale.
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CI SI DOMANDA....

L’onorevole (?) Vladimir Luxuria si è dichiarato/a indignato/a per il recente provvedimento governativo in forza del quale sarà vietata la trasmissione di filmati e pubblicità pornografica per televisione, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Il motivo della sua indignazione starebbe nel fatto che si tratterebbe di un provvedimento di censura liberticida, tendente ad imbavagliare ogni libera espressione di pensiero e di cultura, ecc. ecc.   Va rilevato che lo stesso personaggio (usiamo il genere neutro per non incorrere in deplorevoli errori) non ha mostrato alcuna indignazione per l’altro provvedimento che vietava la diffusione di notizie ed indiscrezioni, così come di fotografie, riguardanti la vita privata delle persone, provvedimento confezionato ad hoc dalle autorità di regime a causa del coinvolgimento in una inchiesta giudiziaria – come parte lesa – del portavoce unico del governo, Sircana, sorpreso da un fotografo indiscreto a colloquio con un transessuale.  Non è chiaro se la tacita approvazione di quest’ultimo provvedimento da parte dell’onorevole Luxuria sia motivata dal desiderio di proteggere il portavoce del governo o non piuttosto dal desiderio di proteggere da insolenti indiscrezioni e malignità il proprio collega trans, sorpreso a colloquio con il Sircana, da tutti ritenuto persona seria.    Qualche tempo fa Romano Prodi, da quel grande statista che si crede, ha avuto un’idea brillantissima per porre fine al conflitto in Afghanistan: la convocazione di una conferenza internazionale di pace. Evidentemente ricordava, dai lontani tempi della scuola, il congresso di Vienna per la riorganizzazione dell’Europa dopo l’ubriacatura napoleonica, e poi Versailles, Losanna, Rapallo, Monaco ecc. (fra l’altro tutte operazioni che non hanno  quasi mai prodotto i risultati sperati, e trionfalmente proclamati, ma tant’è).  Il segretario dei Democratici di Sinistra ha voluto apportare il proprio alto contributo ad un così interessante progetto, ed ha dichiarato che alla conferenza avrebbe dovuto partecipare una rappresentanza dei talebani (inspiegabilmente ha dimenticato Al Qaida) per garantire la presenza di tutte le parti in causa, certo che in questo modo l’obbiettivo di neutralizzare il terrorismo sarebbe stato sicuramente raggiunto.  

Dopo aver tributato il doveroso omaggio e plauso alla eccezionale intelligenza dell’on. Fassino, ci si domanda perché, al fine di riportare l’ordine nelle molte regioni d’Italia dove lo Stato è a dir poco assente, non  si pensi di convocare analogamente una conferenza (internazionale o limitata alla UE ?) con la fattiva partecipazione di Mafia, Camorra, Sacra Corona Unita, Ndrangheta, ed eventualmente delle organizzazioni di recente impianto in Italia, come le mafie russa, albanese, cinese, colombiana, eccetera. Il successo e la pacificazione di vaste zone del paese sarebbero assicurate, per la maggior gloria del governo di centro sinistra. 

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Domenica 25 Febbraio 2007

Quale programma?

Allegri : l’on. Prodi è tornato a ridere !!! (a dire il vero non aveva mai smesso). Potrà (almeno lo spera) collocare ancora il suo possente deretano, assurto addirittura a simbolo di fattore politico, sull’amatissima poltrona di Palazzo Chigi. Prestissimo dovrà presentarsi al Parlamento per cercarne la fiducia, e nel suo discorso dovrà chiarire quale è il programma del suo governo. A rigor di logica, dato che il governo sarà composto dalle stesse persone, salvo l’inserimento dello spergiuro Follini (a scapito della povera Turco, a cui occorrerà bene dare qualche indennizzo per il grande sacrificio compiuto per amor di patria) il programma dovrebbe essere lo stesso, quello di duecentottanta pagine, per intenderci.  Ma l’Homo Ridens ha presentato un perentorio mini programma di dodici punti, sui quali ha impegnato la coalizione a sostenerlo, ed in  questo secondo documento sono contenute alcune cose che, a detta di alcuni componenti della sua maggioranza, non erano precisate nel logorroico documento di base. Infatti alcuni fra i cosiddetti sinistri radicali hanno già dichiarato che si atterranno al programma a suo tempo presentato agli italiani, ignorando nelle loro dichiarazioni i famosi dodici punti. Ed a tutti noi si presenta un tormentoso quesito: in base a quale programma questa ribollita politica governerà ? Ed è malizioso il dubbio che tutto continuerà come prima, fra distinguo, divieti incrociati, litigi da cortile, manifestazioni antigovernative della maggioranza, eccetera ?
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Trenta denari...

Anche questa volta un ex democristiano doc ha voluto attenersi a quanto raccontato nei Vangeli, e dato che per il momento nessuno intendeva assumersi l’incarico di impersonare Giuda, lo ha fatto lui. Naturalmente non gratis, ci mancherebbe, altrimenti dove andrebbe a finire la fedeltà al sacro testo ? E così, per un posto di ministro (sembra della salute, in  modo da eliminare la Turco, come si conviene ad un buon cattolico memore di Lepanto) ha deciso di tradire chi gli aveva dato fiducia, al punto di eleggerlo: il popolo degli elettori.  Oppure è stato fulminato sulla via di Roma (intesa come governo) anziché su quella di Damasco ? Evidentemente era in crisi di astinenza (di potere) ed ha deciso che una buona sniffata l’avrebbe rimesso in sesto. Naturalmente non c’è da sperare che lo spergiuro, colto dal pentimento, segua l’esempio del suo predecessore evangelico. No di certo, anzi è sicuramente pronto, con la solita faccia di bronzo, a ripresentarsi all’elettorato con nuove promesse (da non mantenere) alla prossima occasione. Non si venga a dire che anche altri, e talvolta in senso inverso, hanno già fatto lo stesso percorso. In genere si trattava di personaggi di seconda fila e non di ex segretari di un partito relativamente importante, anche se piuttosto incline, data l’origine ideologica e la provenienza, alle posizioni equivoche ed al doppio gioco. Proprio chi si richiama un giorno sì e l’altro pure alla coerenza ed all’onestà dovrebbe sentirsi obbligato a tener fede alle proprie promesse. Soprattutto se fatte solennemente a tutto il paese. Ma, se un simile comportamento non è proprio cristallino, o addirittura configura un peccato, poi c’è sempre la possibilità della confessione – non pubblica, per carità – e poi si torna candidi come prima, pronti ad un nuovo tradimento (o astuzia politica?).
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Martedì 06 Febbraio 2007

Pensieri sul clima...

Si è appena concluso a Parigi un grande convegno, promosso dall’ONU, avente per oggetto lo stato del pianeta e le prospettive future del suo clima, alla luce delle ipotesi di progressivo riscaldamento del globo, dovuto essenzialmente, a parere degli ”esperti”, alle attività umane. Naturalmente, come era da aspettarsi, è stato emesso un comunicato con previsioni estremamente preoccupate e preoccupanti sul futuro della nostra atmosfera.  Lasciando da parte la constatazione che in fondo una affermazione del genere dà un po’ l’impressione che si sopravvalutino un tantino le capacità dell’uomo di influire, in modo positivo o negativo, sulle condizioni del nostro pianeta, vale la pena di fare alcune considerazioni. Evidentemente lo stato delle conoscenze relative all’atmosfera, ai movimenti delle masse d’aria e delle correnti marine, all’influenza dell’attività solare sul nostro pianeta non è poi così avanzato ed affidabile. Recenti osservazioni, per esempio, hanno permesso di constatare che negli ultimi anni la temperatura di vari pianeti del sistema solare (Marte, Giove, Saturno, ecc.) è aumentata di vari gradi. Dato che non risulta che su quei pianeti sia in atto una intensa attività industriale, e non si ha notizia di un violento incremento della circolazione di mezzi mossi da derivati del petrolio, si può avanzare legittimamente l’ipotesi che le cause del generale riscaldamento del nostro pianeta non siano troppo diverse da quelle che agiscono sugli altri pianeti, e quindi che la causa non vada cercata unicamente nelle attività umane, ma piuttosto in qualche influenza ancora mal conosciuta dell’attività solare. Circa mille anni fa, quando i vichinghi scoprirono la Groenlandia, la chiamarono così (terra verde) perché evidentemente era coperta di vegetazione ed i suoi  ghiacciai erano molto meno estesi di adesso. Proprio in quegli anni Venezia iniziava la propria espansione verso il bacino del Mediterraneo, senza essere stata sommersa dall’aumentato livello del mare.  Si sa che i meteorologi fanno le loro previsioni basandosi su algoritmi ed equazioni estremamente complicati. Però anche in questo caso, quale sicurezza abbiamo che tali calcoli riflettano veramente la realtà ? E quanti parametri solo stimati od ipotetici vengono immessi nei calcoli per ottenere dei risultati ? Vale la pena di ricordare che se in un calcolatore, anche il più avanzato del mondo, si immette spazzatura, ne esce spazzatura. Sembra strano che i meteorologi facciano con tanta sicumera delle allarmanti previsioni su come sarà lo stato della Terra fra venti, trenta, cinquanta o cento anni, quando essi non sono in  grado di dire con ragionevole attendibilità che tempo farà domenica prossima, o, peggio ancora, fra due mesi. L’incertezza delle previsioni a breve fa ovviamente dubitare di quelle a più lungo termine. Forse non si sbaglia troppo, in campo previsionale meteorologico, se ci si attiene al vecchio proverbio montanaro veneto: “quando il monte g’ha el capel, o che piove o che fa bel”.
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Giovedì 01 Febbraio 2007

UNIONI DI FATTO

 

Ormai da tempo è in corso nel paese una violenta discussione riguardo l’intenzione della maggioranza di varare una legge relativa ai diritti da riconoscere alle unioni di fatto. Le linee guida di tale provvedimento non sono affatto chiare finora, in quanto è in corso un braccio di ferro fra le varie componenti della maggioranza, fra chi ne auspica l’approvazione e chi vi si oppone. Noi personalmente, in base a quanto finora è emerso (molto poco in verità, al di fuori di molte demagogiche dichiarazioni di difesa di diritti civili ecc.) non siamo favorevoli alla impostazione che sembra prevalere fra i fautori del provvedimento e soprattutto nel Governo.

 

Innanzi tutto è da credere che un tale provvedimento, che incide profondamente sulla sensibilità dei cittadini, debba essere proposto direttamente in sede parlamentare, e non fare l’oggetto di una proposta governativa. Se è vero che l’ipotesi faceva parte del programma della coalizione di governo, è da ritenere che anche i parlamentari della maggioranza debbano operare in base a tale programma, e quindi avrebbero pieno titolo a presentare una proposta di legge in merito.

 

Evidentemente, il fatto che la proposta sia di origine governativa consente al governo, in caso di palese crisi in seno alla maggioranza, di porre la questione di fiducia (per l’ennesima volta!): o siete d’accordo o tutti a casa. Si tratta quindi dell’ormai abituale forma di ricatto nella quale sono specialisti i governanti della sinistra. Se la proposta fosse di origine parlamentare non sarebbe possibile porre la fiducia e quindi crescerebbe il rischio che la proposta stessa venisse respinta.

 

Ma al di là delle questioni formali esistono ben altri motivi di contrarietà. La motivazione ufficiale del provvedimento proposto  sta nella necessità di assicurare a tutta una categoria di cittadini, se pur minoritaria, tutta una serie di diritti di cui godono i cittadini regolarmente uniti in matrimonio. E qui occorre ricordare che nella Costituzione la parola “diritti” compare molte più volte della parola “doveri”: sembra quasi che sia stata dimenticata – e continui ad esserlo – la regola secondo cui a determinati diritti devono anche corrispondere determinati doveri.

 

Eccoci quindi al punto cruciale: i cittadini che contraggono matrimonio (civile, da non confondere con quello religioso, cattolico o no) godono, come stabilito dal Codice Civile, di tutta una serie di diritti, cui corrispondono anche numerosi doveri, la cui inosservanza è addirittura sanzionata, nei casi più gravi, dal Codice Penale. Quindi, se due cittadini (di sesso diverso) vogliono godere di quei diritti, devono assumersi anche i corrispondenti doveri, altrimenti ci si troverebbe di fronte a due categorie di cittadini: quelli che hanno diritti e doveri, e quelli che avrebbero solo dei diritti, venendo quindi meno al principio della uguaglianza dei cittadini fra di loro.

 

Pertanto, se due cittadini vogliono unirsi godendo dei diritti connessi allo stato matrimoniale ed assumendosi i relativi doveri non hanno che da contrarre matrimonio civile, che peraltro, a differenza di quello religioso cattolico, può essere sciolto grazie alla legge sul divorzio. Se non vogliono farlo, padronissimi, e, se ci riescono, regolino i loro rapporti reciproci con atti privati, senza che debba essere necessaria una legge che li protegga più di quanto già fanno le disposizioni del Codice Civile. Chi non vuole contrarre matrimonio secondo la legge evidentemente rifiuta di assumersi i doveri relativi: è liberissimo di farlo, ma non può pretendere che gli vengano riconosciuti dei diritti che non gli competono.

 

Esiste naturalmente una categoria di cittadini (coloro che, uniti regolarmente in matrimonio, si sono successivamente separati, ma non hanno sciolto la loro unione con il divorzio) che convivono di fatto con persone che non sono i rispettivi coniugi. Qui evidentemente sorge un problema: come regolamentare la loro convivenza? A nostro avviso i casi sono due: o queste persone rifiutano di ricorrere al divorzio, e quindi la loro è una libera scelta, che va rispettata ma che non fa sorgere in capo a loro particolari diritti. Oppure non sono in grado, per motivi economici, di lungaggini burocratiche, od altre ragioni non imputabili alla loro responsabilità, di ottenere il divorzio, ma sarebbero ben lieti di ottenerlo per poi contrarre il nuovo matrimonio. In  questo caso, più che una legge che regolarizzi le coppie di fatto occorrerebbe una radicale revisione dell’istituto del divorzio, tale da consentire a tutti di realizzare liberamente le proprie scelte.

 

Un altro punto riguarda la possibilità di sciogliere la situazione di convivenza, magari per iniziarne un’altra: si farà luogo ad un “divorzino” ? E come ci si difenderà da possibili situazioni di imbroglio, tendenti a presentare situazioni false per godere dei diritti e dei benefici promessi dalla proposta di legge ?

 

 Infine, al di là di tutte le questioni di ordine giuridico accennate, esistono altri gravi problemi di cui si è molto raramente parlato nel corso delle discussioni su questo problema, e sono le conseguenze sul piano pratico. Ne accenniamo alcune: in caso di preesistente matrimonio, non sciolto con  un divorzio, cosa succede per quanto riguarda la reversibilità delle pensioni, le successioni e quant’altro attiene alla sfera dei rapporti patrimoniali ? Le stesso si dica nel caso di precedenti convivenze, regolarmente (secondo la proposta di legge) dichiarate. E come ci si regola per quanto riguarda i figli, sia della prima che delle successive unioni ? E’ da ritenere che tutti questi problemi possano dare adito ad una serie infinita di contestazioni e di procedimenti legali, che ingolferanno ancor di più ed inutilmente la Magistratura, che già non sa come cavarsela con i contenziosi in essere.

 

Un ultimo punto sembra degno di menzione: la legge attualmente in vigore sanziona severamente la bigamia, e quindi a più forte ragione la poligamia. Esistono disposizioni simili anche nella proposta di legge, oppure saranno consentite convivenze plurime, che introdurrebbero di fatto e surrettiziamente la poligamia nel nostro paese ?

Posted by Free Sandy at 08:35:05 | Permanent Link | Comments (1) |

Giovedì 18 Gennaio 2007

PREDICARE BENE E RAZZOLARE MALE... A SINISTRA I MAESTRI

Ci sono alcuni aspetti caratteriali che accomunano i leaders delle sinistre europee, ed in particolare quelli italiano e francese, l’on Romano Prodi e la signora Segolène Royal (nonché suo marito, signor Hollande, leader dei socialisti  francesi) : l’imprudenza totale per quanto riguarda le proposte nei confronti dei propri concittadini – e talvolta anche nei confronti di altri paesi con i quali non c’entrano per niente – e l’estrema prudenza quando si tratta dei propri personali interessi.  Tutti ricordano che, in previsione delle ultime elezioni, a seguito delle quali, se la sinistra avesse vinto, esisteva il proposito di reintrodurre le imposte di successione, i coniugi Prodi si affrettarono ad effettuare una serie di donazioni ai propri figli, avvalendosi delle deprecate leggi del governo Berlusconi, che si progettava di abolire. Ora i coniugi Hollande-Royal, in previsione dell’adozione di severi provvedimenti fiscali nei confronti dei più abbienti (essi sono proprietari di alcuni immobili a Parigi ed altrove) qualora la sinistra avesse vinto, hanno provveduto a riunire il proprio patrimonio immobiliare in una società costituita ad hoc che consentirà loro – in forza delle leggi esistenti, per carità, non pensiamo male – sensibili risparmi fiscali, dal punto di vista delle imposte sul patrimonio e sulle plusvalenze. La conclusione che si può trarre da queste notizie sembra essere una sola: come saremmo tutti felici se le sinistre usassero nei confronti dei propri concittadini la stessa avveduta prudenza che usano verso se stessi !! 
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NUOVO TEOREMA DI SVILUPPO?

La CGIA di Mestre, che ormai è diventato l’unico Ufficio Studi affidabile del nostro paese, ed i cui calcoli sono stati confermati anche dall’ISTAT, ha calcolato che circa il 50% del reddito di coloro che, bene o male, sono da annoverarsi fra i contribuenti, è eroso da tasse e contributi. Ciò conferma quanto da noi già dichiarato, su basi meno scientifiche, ma solo seguendo un  ragionamento logico, in una precedente occasione.

 

Questo sconcertante dato deriva dal fatto che, mentre le entrate dello Stato sono quelle effettivamente contabilizzate ogni anno, il PIL su cui vengono calcolati i coefficienti comprende anche una quota, stimata in sede ufficiale a circa il 15%, di “economia sommersa” e quindi non soggetta a prelievi fiscali o contributivi. Le stime per il 2006 sono anche più allarmanti: il prelievo sugli onesti (o sprovveduti ?) potrebbe raggiungere addirittura il 55%.

 

Questi dati, di per sé certamente terrificanti, non rappresentano però realisticamente il quadro della pressione fiscale totale, immediata o solo differita. Infatti, se il prelievo fiscale e contributivo rappresenta un peso di oltre il 50% sulle spalle dei contribuenti, che non è certamente tale da consentire un rilancio, sia pur modesto, dello sviluppo, ed è comunque tale da incentivare l’evasione, per correttezza occorre tenere conto non solo delle entrate fiscali, ma soprattutto delle uscite del settore pubblico: esse sono superiori alle entrate e provocano un deficit superiore al 3%, stimato per il 2006 oltre il 4%.

 

Questo deficit viene evidentemente finanziato ricorrendo alla emissione di titoli di Stato oppure ritardando oltre ogni limite il pagamento di somme dovute ai cittadini (il ministero dell’economia ha orgogliosamente comunicato qualche settimana fa che il rimborso ai contribuenti delle somme pagate in più è stato completato fino a tutto il 1998 !!). E questo debito viene di fatto gradualmente ridotto grazie all’inflazione: il valore nominale del debito resta immutato, il valore della moneta con cui viene ripagato diminuisce ogni anno di una percentuale ufficiale compresa fra il 2 ed il 3%, e di una percentuale reale – o se si preferisce “percepita” quando si va a fare delle spese – ben superiore. Basti considerare per esempio gli aumenti delle tariffe decise ufficialmente per rendersi conto del fenomeno.

 

Quindi anche il deficit di bilancio deve essere considerato come un incremento della pressione fiscale, sia pure con effetto dilazionato, che peserà per sempre su tutti i cittadini, compresi i non contribuenti, e che, grazie all’inflazione, la più iniqua delle tasse, graverà soprattutto sui più deboli, incapaci di trovare mezzi di difesa efficienti: sull’inflazione non è possibile evadere e neppure eludere.

Posted by Free Sandy at 22:22:35 | Permanent Link | Comments (0) |

SADDAM VALE DI PIU' DI 34.000 VITTIME DEL TERRORISMO?

Ieri l’ONU ha reso noto l’agghiacciante bilancio delle vittime civili in Irak nel solo anno 2006: oltre 34.000 persone innocenti – quasi cento al giorno, forse più di quanto riuscisse a fare lo stesso Saddam - assassinate senza processo, colpevoli soltanto di essersi trovate nel luogo sbagliato – mercato, università, moschea, caserma o semplicemente per strada – al momento sbagliato.

 

 Non risulta che questa orrenda contabilità abbia spinto il grande istrione Pannella a rinunciare ad un solo sfilatino e neppure ad un modesto cappuccino, né che abbia esternato la propria indignazione o il proposito di recarsi in Irak per convincere i terroristi a desistere dal loro deprecabile comportamento. E neppure il mite Prodi, sempre attento e severo quando si tratta di biasimare i comportamenti altrui, ha bofonchiato alcunché, né ha proposto una moratoria “universale” sugli atti di terrorismo.

 

La spiegazione di questo silenzio va forse cercata nel fatto che ciò che infastidisce queste anime candide è il fatto che la morte possa essere inflitta, nel rispetto della legge – per criticabile che sia, ma pur sempre legge – a dei veri criminali: “nessuno tocchi Caino” si proclama. Di Abele non interessa niente a nessuno.

 

E non si venga a dire che queste povere vittime sono la conseguenza della esecuzione di Saddam e di un paio dei suoi più efferati sicari: Saddam è stato giustiziato all’inizio di quest’anno, e la macabra contabilità resa nota dall’ONU si riferisce all’intero anno scorso.

Posted by Free Sandy at 22:09:31 | Permanent Link | Comments (0) |

Martedì 16 Gennaio 2007

ROMANO PRODI, O DELL’UMILTA’

  L’onorevole Romano Prodi non si è mai distinto per una particolare forma di umiltà, ed ha sempre dichiarato di voler fare le cose in grande. Salvo poi non esserci mai riuscito. Ultimamente, a seguito della esecuzione di Saddam e di due suoi stretti sicari, ha più volte manifestato la sua convinta ed assoluta contrarietà alla pena di morte, ciò che è evidentemente del tutto comprensibile e lecito. Naturalmente, nel desiderio di fare qualcosa di notevole ed importante, il Nostro si è fatto promotore di una richiesta all’ONU perché venga decisa una moratoria “universale” nei confronti di tale disumana pratica.  Quello che ci ha colpito non è stata la richiesta, ma la proposta che tale provvedimento abbia valore “universale”: è cosa abbastanza nota che l’universo è alquanto esteso, e non risulta che fra i compiti ed i poteri dell’ONU ci sia anche quello di occuparsi di questioni extraterrestri e di estendere il valore delle proprie decisioni anche agli abitanti di altri mondi, ammesso che ce ne siano. Forse, data la forte personalità del Nostro e l’ampiezza delle sue vedute, l’espressione valore “mondiale” o più semplicemente valore “per tutti i membri dell’organizzazione” sarebbe sembrata troppo limitativa e quindi atta ad ingenerare l’impressione che i suoi orizzonti non fossero abbastanza vasti.   Sempre a proposito della prosopopea del suddetto personaggio, proprio ieri, nel corso di un incontro a Lubiana per celebrare l’entrata della Slovenia nel club dell’euro, il Commissario Almunia si è permesso di ricordare a Prodi la necessità, riconosciuta da tutta l’Unione, che l’Italia riveda radicalmente il proprio sistema previdenziale, al fine di evitare grossi guai in un prossimo avvenire. La risposta del Nostro è stata a dir poco lapidaria: “so quello che devo fare”. Personalmente crediamo che un po’ più di diplomazia, tipo “la questione è nel nostro programma, dateci tempo” ecc. sarebbe stata più adatta. Purtroppo invece il Nostro, come è sua abitudine, ha voluto mettere in evidenza il fatto che Lui sa tutto e non è disposto a ricevere sollecitazioni da nessuno.  Si dà poi il caso che può darsi che egli sappia quello che deve fare – ne dubitiamo, perché chi decide tutto nel governo sono gli estremisti di sinistra con i quali, sia pur a malincuore, non vuole essere annoverato – ma sfortunatamente non basta sapere quello che si deve fare, occorre farlo, e su questo non si è affatto sbilanciato: del resto, finora ha dimostrato di saper solo fare danni, e forse non era il caso di farlo notare al Commissario, che si è permesso di ricordargli il pensiero della Commissione in merito all’andamento della politica economica del governo.  

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